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Le origini | Dagli anni '50 all'80 | La coltura del pero in Emilia Romagna

LE ORIGINI
Attraverso reperti paleontologici si è potuto stabilire che il pero in Italia era conosciuto fin dai tempi più antichi. Forse già 4000 anni fa l'uomo si cibava dei frutti di questa pomacea. Sono invece più recenti le notizie sulla sua coltivazione. Comunque oltre 350 anni prima di Cristo la coltivazione della pera era abbastanza estesa nella Magna Grecia perché Teofrasto menziona sia le varietà domestiche che quelle coltivate.
In epoca romana Catone, e soprattutto, Plinio danno indicazioni precise sulla diffusione del pero e sulle cultivar note, a testimonianza della grande considerazione in cui già allora era tenuto questo fruttifero.
Ai tempi di Catone le cultivar conosciute erano appena 6 ma già due secoli più tardi Plinio ne menziona circa 40. In seguito, l'assortimento cresce enormemente fino a raggiungere le 5000 varietà e oltre conosciute oggi.
Dall'epoca romana in poi la coltura del pero si espande con uno sviluppo ragguardevole in tutta Europa in particolare in Belgio e in Francia.
Nell'Alto medioevo l'arboricoltura non appare, almeno nell'Italia del nord, molto praticata. E' estremamente difficile infatti trovare menzione di frutteti intesi come colture autonome: pochissimi sono i casi di pumarii a sè stanti.
È relativamente più frequente imbattersi in alberi da frutto sparsi tra le vigne per esempio nel ravennate "Clausura vineata... cum pomaretas" (Fantuzzi, scrittore romagnolo, I n.XXXV), nei campi a cereali, ma sopratutto negli orti, accolti qui in qualità di ospiti, quasi per caso.
La coltivazione degli alberi da frutto pare intensificarsi nel 400, solo alla fine del secolo, gli agronomi cominciano a dedicare seria attenzione a questo settore produttivo. nei secoli precedenti i trattati medici sconsigliavano il consumo di frutta. La frutta era considerata un cibo sostanzialmente superfluo, accessorio, un cibo di lusso.
Nel XVI secolo gli alberi da frutto vengono coltivati nei giardini, ed è per questo che "le dimore nelle campagne non devono essere separate dal giardino da pomi". Ancora nel rinascimento comunque la frutticoltura non serve per sfamare ma è un lusso da signori.
Con "Il giardino d'Agricoltura"del ravennate Marco Bussato da Massa Lombarda per la prima volta e siamo attorno al '500 un autore italiano trattò sistematicamente di frutticoltura e di innesti. Seguono altri autori sempre provenienti dall'Emilia Romagna quali il frate bolognese Leandro Alberti con "Descrittione di tutta Italia", una sorta di guida turistica del '500.
Oppure Tommaso Grazoni da Bagnacavallo che nel Volume "Piazza", parla delle professioni agricole e dei commerci riferibili all'agricoltura. Nel '600 finalmente venne pubblicato una specie di testo sacro di agricoltura si tratta di “L'economia del cittadino in Villa” del bolognese Vincenzo Tanara.
Nel '600 la Romagna e l'Emilia presentano i colli disseminati dai frutteti, la pianura bolognese, ferrarese, ravennate appare regolarmente divisa dalle piantate di viti maritate agli alberi.

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Madonna delle Pere
La Madonna delle Pere, dipinto del ANNO, dell'artista NOME ARTISTA

DAGLI ANNI '50 ALL'80
Le varietà di pere maggiormente coltivate negli anni '50 erano: B. Giffard 5%, Favorita di Clapp 10%, Williams 60%, Kaiser Alexander 5%.
Nella provincia di Ferrara per le nuove piantagioni da reddito si consigliava, in sostituzione delle numerose cultivar diffuse in passato di preferire William, Passacrassana, Abate Fetel e Kaiser Alexander. (1957)
Il Coltivatore Romagnolo nel 1931 indicava le epoche ottimali di raccolta per le cultivar più diffuse nella zona che erano: Butirra Hardy, Duchessa d'Angouleme, Butirra Diel tra le varietà autunnali (maturaz. settembre–novembre).
Tra le autunno invernali Butirra Clairgeau e Curato, Ottobre dicembre. Tra le invernali Decana d'Inverno e Passacrassana (dicembre-aprile).
Negli anni '50, in particolare nel triennio 54-57 si producevano in Italia circa 4 milioni di quintali di pere, ma questa quantità era destinata a salire vista la nascita di nuovi impianti presenti soprattutto nel ferrarese e nel ravennate oltre che nel veronese ed in altre zone. Questa produzione veniva utilizzata anche per l'esportazione. Nel periodo anteguerra si esportavano 250-300 quintali di pere. Di questi più della metà erano assorbiti dalla Germania, l'altra metà raggiungeva i mercati della Svizzera dell'Austria e della Gran Bretagna, nel dopo guerra le quantità esportate hanno raggiunto nel ‘56 gli 880.000 quintali.
Gli anni 60 segnano per la pera emiliana il periodo di massima espansione seguito da un processo di riconversione proprio di tutta la produzione europea.
Questo processo si è concretizzato negli anni'70-80 con una progressiva riduzione delle superfici, a carico soprattutto di quelle varietà che si sono dimostrate, nel tempo, sempre meno apprezzate dai consumatori: tra tutte possiamo ricordare la Passacrassana. Gli espianti maggiori sono stati realizzati in Francia ed in Italia. A partire dalla seconda metà degli anni '80, però, la coltura del pero, godendo di tale processo di riconversione, ha trovato nuovi spazi di sviluppo, tanto che si è manifestata una lenta ma progressiva ripresa delle superfici, pur con differenze da paese a paese sino a raggiungere la situazione attuale, che sembra tendere verso una stabilizzazione degli investimenti.

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LA CULTURA DEL PERO IN EMILIA ROMAGNA
Da una ripartizione ottenuta sulla base di dati forniti dall'ufficio di statistica agraria del Ministero agricoltura riferiti al dodicennio 1910-1921 risulta che in Emilia Romagna la produzione media del dodicennio, espressa in quintali di mele, pere, cotogne e melegrane era di 239.000 q, tale produzione era superata solo da Piemonte con 684.000 q e dalla Campania con 514.000 q.
Le produzioni di pesche, albicocche, ciliegie e susine erano di 110.000 q attestando l'Emilia a maggior produttrice di drupacee in particolare del pesco nelle regioni del Nord. (Tamaro D., Trattato di frutticoltura 1925 Ed Hoepli Milano).
Nel primo ventennio del ‘900 in tutta l'Alta Italia, compresa l'Emilia la produzione delle pere e delle mele trova la sua sede naturale. Diverse però erano le destinazioni del prodotto infatti, una buona parte della produzione del Piemonte era soprattutto destinata alla trasformazione in sidro, mentre in altre aree quali l'Emilia non mancano esempi di coltura specializzata per il consumo fresco.
Nell'Emilia Romagna le pere principalmente coltivate nei primi decenni del '900 sono Spadona e Scipiona ma non mancano varietà locali molto interessanti: Angelica o pero fico nel modenese o limona nel faentino, Battocchia nel bolognese e Buon Cristiana d'inverno, Spadona d'estate e Spadona d'inverno molto diffusa in Romagna.
(La coltura del pero in Italia numero speciale della rivista dell'ortofrutticoltura italiana anno 82 volume XLI, 1957).

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Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n.266 del 12-11-99
Art.1 L'Indicazione Geografica Protetta “Pera dell'Emilia Romagna”
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Il 7 maggio 2002 a Ferrara, nasce il Consorzio di Tutela e Valorizzazione della Pera dell'Emilia Romagna IGP. Lo scopo ed i Soci continua